Due testine di giradischi appoggiate sui solchi di un vinile, in bianco e nero

Rare groove: com’è nato il nome e perché conta ancora

“Rare groove” lo usiamo spesso, sulle copertine delle ristampe, nei titoli dei DJ set, nelle etichette dei negozi di dischi. Ma da dove viene questa parola, e perché da un certo punto in poi è diventata quasi un genere a sé? La risposta porta a Londra, a metà degli anni Ottanta, tra radio pirata e capannoni abbandonati.

Un nome nato in radio

Il termine si lega soprattutto a Norman Jay, DJ londinese che dall’autunno del 1985 era tra i fondatori di Kiss FM, all’epoca una radio pirata. Il sabato pomeriggio conduceva “The Original Rare Groove Show”, dove passava funk, soul e disco americani degli anni Settanta, spesso dischi che in Inghilterra non erano mai usciti o erano spariti da anni. Lo stesso Jay ha raccontato che l’etichetta era nata quasi per scherzo, come un’etichetta comoda: sono stati poi i giornali a trasformarla in un genere vero e proprio.

Prima ancora che esistesse il nome, alcuni DJ dell’underground londinese, come Barrie Sharpe e Lascelles Gordon, suonavano già i 7 pollici e gli album d’importazione che sarebbero diventati classici del rare groove, comprati in negozi specializzati come Contempo, nel centro di Londra.

Feste nei capannoni

Il rare groove è cresciuto soprattutto fuori dai club ufficiali. A metà anni Ottanta Londra era piena di feste illegali organizzate in magazzini vuoti, vecchie scuole e uffici dismessi, spesso nella zona di Old Street e Shoreditch o lungo il Tamigi. Il pubblico era misto come raramente si vedeva nei locali: stili, quartieri e provenienze diverse sulla stessa pista.

Norman Jay portava il suo sound system nelle feste “Shake ‘n’ Fingerpop”: la prima, in un capannone di Acton nella notte di Capodanno del 1985, richiamò oltre mille persone. Negli stessi anni Jazzie B girava con il suo sound system Soul II Soul, che dalle feste nei magazzini arrivò fino alle classifiche: l’album “Club Classics Vol. One” uscì nella primavera del 1989, con “Keep On Movin'” e “Back to Life”.

I dischi della scena

Il rare groove non ha mai avuto confini rigidi: dentro c’era funk, soul, jazz funk, un po’ di disco e perfino reggae. Quello che contava era il groove, e il fatto che il disco fosse difficile da trovare. Alcuni titoli sono diventati simboli di quella stagione. “I Believe in Miracles” delle Jackson Sisters, uscito nel 1973 e quasi ignorato all’epoca, rinacque dieci anni dopo nei capannoni londinesi. Tra i preferiti di Norman Jay ci sono anche “Sweet Power Your Embrace” di James Mason, “It’s All Right Now” di Eddie Harris e “We Live in Brooklyn” di Roy Ayers.

Accanto ai dischi ballati c’erano quelli che i produttori hip hop cercavano per i campionamenti: un break di batteria o un giro di basso potevano far salire alle stelle il prezzo di un vinile dimenticato. “Funky Drummer” di James Brown è l’esempio più famoso.

Dalle feste alle ristampe

Verso la fine del decennio la scena dei magazzini confluì nell’esplosione dell’acid house, e molti DJ e promoter del rare groove passarono alla nuova musica. Il nome però è rimasto. Oggi “rare groove” indica in generale soul, funk e jazz poco conosciuti, spesso riscoperti grazie a un campionamento o al lavoro di etichette che ristampano originali introvabili.

Per chi fa edit è un territorio prezioso: dischi con un groove enorme, spesso con intro brevi o arrangiamenti poco adatti al mix, che chiedono soltanto di essere allungati, ripuliti e riportati in pista.

Come cominciare a scavare

  • Parti dai campionamenti. Se un brano hip hop o house ti piace, cerca da dove viene il loop: spesso ti porta dritto a un classico del rare groove.
  • Segui i crediti. Musicisti, produttori ed etichette ricorrono: un disco ne apre altri dieci.
  • Ascolta le ristampe curate. Le etichette specializzate fanno un lavoro di ricerca enorme e le note di copertina sono una miniera.
  • Non fermarti al nome famoso. Il bello del rare groove è proprio il lato B, l’album minore, la band che ha inciso un solo disco.

E voi, qual è il disco “rare” che vi ha fatto innamorare del genere? Raccontatecelo nei commenti.

Fonti

Foto di copertina: Franz van Duns, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

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